Architetture di terra nelle Marche

Architetture di terra nelle Marche

Quando si parla di architettura di terra, l’immaginazione corre subito a rappresentare paesaggi lontani, caratterizzati da costruzioni realizzate in materiali dai nomi stravaganti come pisè, adobe, chinè. In Africa o in Oriente, infatti, gli amalgami di terra, acqua, paglia e rari inerti, seccati al fortissimo sole locale, sono consueti e di norma.
Immediatamente ci vengono in mente le vedute dei Tell mesopotamici, grandi colline di terra dilavata che si sono formate a causa dell’accumulo e dalla stratificazione di successive fasi insediative, spesso risalenti ad epoche molto remote, ritornate plasticamente alla natura dopo l’abbandono dell’uomo.
Un ritorno che il viaggiatore occidentale, sopraffatto dall’invadenza del cemento e delle tecnologie costruttive dure anche in ambienti paesaggistici di pregio, invidia fortemente, riflettendo al contrario sull’antinaturalistico sfacelo delle nostre architetture “moderne”. Queste indubbiamente invecchiano assai male e senza nessuna possibilità di restituzione dei loro materiali alla terra. Come potranno mai essere metabolizzati il cemento armato e i suoi ferri rugginosi, la plastica invadente, il vetro, l’alluminio o i nuovi materiali sintetici sempre più avveniristici e sempre meno naturali?
Quanta invidia di conseguenza per la morbida morte degli impasti di terra e quanta ammirazione per le dolci forme organiche, modellate dagli intonaci protettivi, che caratterizzano questa particolare architettura, così intelligentemente concepita per sfruttare al meglio le risorse locali e i materiali disponibili, ottenendo al contempo i risultati più efficaci.
Infatti, accanto alle realizzazioni in impasto di terra dentro cassoni, meno duttili, l’ingegnosità
dell’uomo ha da millenni sviluppato la tecnologia modulare del mattone crudo (terra impastata, semplicemente seccata al sole) che consente di realizzare strutture più complesse e permette soprattutto di impostare le volte, come già gli antichissimi esempi delle lunghe volte a botte inclinate dei magazzini dei santuari a Luxor in Egitto ci dimostrano.
Tutto questo lo immaginiamo in un remoto ed esotico “Altrove”.
In Italia, paese di grandi architetture di astratta e matematica perfezione e di elaborata e ricchissima realizzazione, pensiamo e siamo abituati a credere che le costruzioni siano tutte realizzate in marmo, in pietra, o in bei mattoni cotti.
Pochissimi sanno invece che anche da noi l’utilizzazione del mattone crudo, se pur limitata a costruzioni di un più modesto impegno, ebbe una notevole diffusione, grazie alla sua economicità ed alle buone prestazioni offerte, in particolare dal punto di vista dell’isolamento termico.
Ovviamente si tratta quasi esclusivamente della costruzione di muri di recinzione, di edifici rurali o di residenze per i ceti meno abbienti, non prestandosi il crudo, nelle condizioni climatiche italiane, alle realizzazioni di strutture complesse ed elaborate.
La difficoltà di manutenzione e l’industrializzazione, con la conseguente facilità di reperire a costo inferiore laterizi forati di migliori qualità meccaniche e di simili caratteristiche d’isolamento termico, hanno determinato, quasi dovunque in Italia, l’abbandono di questa tradizione costruttiva. Inoltre per la sua buona conservazione è necessario un costante e oneroso rifacimento degli intonaci, dal momento che il mattone crudo, privo di protezione superficiale, non può resistere all’azione disgregatrice delle acque meteoriche da noi così frequenti.
E’ perciò molto importante procedere alla ricognizione ed al censimento delle strutture ancora superstiti, provvedendo a tutelarle adeguatamente e, ove possibile, a recuperarle in quanto significativa testimonianza della nostra identità culturale.
Quasi inaspettatamente le Marche hanno rivelato una considerevole quantità di costruzioni in “ terra” e molto meritoriamente l’Università, la Regione e le Istituzioni locali si sono dedicate allo studio degli esempi più significativi, producendo anche delle interessanti pubblicazioni specifiche.
Da parte sua la Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio delle Marche, già pioniera in tale settore con un vincolo degli anni ’80 su di una casa ad Ostra Vetere (AN), ha provveduto recentemente a tutelare un settore omogeneo del centro storico di Macerata, il quartiere Villa Ficana, quasi interamente costruito in terra; tale vincolo può risultare quanto mai opportuno e necessario perché offre ai proprietari incentivi ed aiuti d’ ordine economico e fiscale per la conservazione dei loro beni.
Affiancando l’azione di tutela viene oggi ben volentieri pubblicato questo volume sull’ “Architettura di terra nelle Marche” che raccoglie in forma completa e dettagliata la schedatura capillare di tutte le presenze realizzate in crudo nella regione, ordinate per tipologie, tesi di laurea di due attenti studenti della Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze, Francesco Bravi e Paolo Canullo.
Si vuole in tal modo confermare una volta di più il mai sufficientemente affermato assioma che non esiste tutela e conservazione senza conoscenza preventiva.

Mario Lolli Ghetti
Direttore Regionale per i Beni Culturali
e Paesaggistici delle Marche

Architetture di terra nelle Marche